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Nacque a san Pietro
Clarenza (diocesi e provincia di Catania) l'8 novembre 1881 da
Francesco e Anna Lombardo, umili contadini dell'entroterra catanese
e battezzato quattro giorni dopo. In omaggio al nonno paterno, come
vuole la tradizione siciliana, gli fu imposto il nome di Pietro,
mentre per volontà e riconoscenza della mamma gli vennero aggiunti i
nomi di Alfio e Giuseppe, i santi che avevano interceduto perché il
quarto figlio fosse maschietto.Nella festa liturgica di san Luigi
Gonzaga, nel 1888, il piccolo Pietro (aveva sette anni) si accostò
per la prima volta al sacramento della Eucaristia e da allora lo
frequentò assiduamente e con intensa pietà.
Fin da piccolo Pietro ricevette una profonda formazione alla vita
cristiana, permeata di preghiera e soprattutto di spontanea
devozione alla Vergine Maria. Finiti gli studi elementari,
frequentati con profitto, fu avviato al lavoro dei campi per aiutare
la famiglia che versava allora in precarie condizioni economiche.
Cosí trascorse la giovinezza in quel duro lavoro, fatto di stenti e
di fatiche, nella tradizione della gente di Sicilia. La giornata
lavorativa di Pietro si concludeva sempre con la recita del Rosario
e la domenica si recava volentieri alla celebrazione eucaristica,
trascinando gli altri col suo esempio. Alla vita di pietà faceva
anche riscontro un impegno concreto di carità verso il prossimo che
brillò particolarmente durante il terribile terremoto di Messina.
Chiamato alle armi, durante il primo conflitto mondiale, passò parte
del primo anno di servizio a Monreale (Palermo), dove ebbe modo di
conoscere i cappuccini. Nel 1916 fu inviato al Fronte e vi stette
quasi due anni.
Durante il suo servizio militare non trascurò mai la preghiera e la
meditazione quotidiana, pregando Dio perché cessasse il flagello
della guerra, come testimoniano le lettere inviate alle sue sorelle
dal fronte. È commovente leggere, in queste lettere, lo zelo con il
quale chiedeva alle sorelle di far celebrare sante messe e fare
elemosine per invocare la pace.
Espletato il servizio militare e chiamato ad una vita di maggiore
impegno spirituale, chiese ed ottenne di essere ammesso nell'Ordine
dei cappuccini. Accolto il 12 marzo 1920, vestí l'abito religioso il
15 maggio 1921 nel convento di Caccamo dove, con voto unanime dei
confratelli, il 20 maggio 1922 fu ammesso alla professione semplice
e il 13 giugno fu destinato dai superiori come questuante di
campagna nel convento di Monreale, detto "Casa Santa".
Pietro Privitera, divenuto Fra Pietro da san Pietro Clarenza,
rappresenta la figura tipica del frate cappuccino umile, semplice e
povero che, nel nascondimento e nella monotonia dei giorni, ha
saputo dare a tutti la testimonianza di una vita totalmente spesa
nell'esercizio di una carità ardente verso Dio e i fratelli. Vero
figlio di san Francesco, visse poveramente e fu apostolo tra i
poveri, i contadini e i bisognosi di ogni genere per i quali, con i
dovuti permessi dei superiori, si prodigò con carità gioiosa,
dividendo da vero frate del popolo, gran parte del raccolto della
questua.
Morí a Partinico (Palermo) il 4 ottobre 1939, per un atto di carità
fraterna, circondato dall'affetto e dalla venerazione di quanti lo
avevano conosciuto e frequentato. Rimpianto da tutti, fu subito
salutato come santo. La sua tomba, prima nel cimitero di Partinico e
ora nella nuova chiesa "Madonna di Fatima" dei cappuccini della
stessa città, è meta di continui pellegrinaggi. Molti fedeli
assicurano di avere esperimentato l'efficacia della sua
intercessione presso il Signore.
Il sorriso di Fra Pietro, diffuso per le strade del mondo come
raggio della luce di Dio e il suo saluto caratteristico, "Sia lodato
Gesú Cristo! ", ripetuto di porta in porta, nei centri di Monreale,
Partinico, san Giuseppe Jato, san Cipirrello e gli altri paesi
viciniori, o attraverso le campagne, sembrano ancora propagarsi e
ripetere il messaggio evangelico dell'amore e della misericordia,
annuncio e presagio dei tempi nuovi da tutti invocati.
Il 1° luglio 1985 hanno avuto inizio i Processi per la sua
beatificazione. Si sta ora approntando la Positio super
virtutibus.

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Tra le figure di santità che hanno
segnato ed arricchito la Chiesa di Monreale, nel corso del
Novecento, spicca la figura di un’umile questuante
cappuccino, proveniente da Catania: il servo di Dio fra
Pietro da San Pietro Clarenza (1881-1939).
Pietro Alfio Giuseppe Privitera, quartogenito dei coniugi
Francesco ed Anna Lombardo era nato infatti in un paesello
all’ombra dell’Etna, S. Pietro Clarenza, l’8 novembre 1881,
lo stesso anno in cui il conterraneo Giovanni Verga
pubblicava il capolavoro del verismo I Malavoglia.
Fin da piccolo Pietro ricevette nella sua famiglia una
profonda formazione alla vita cristiana, permeata di
preghiera, lavoro e impegno, fortificata dai sacramenti
dell’Eucarestia e della Confermazione, ricevuti con gioia e
consapevolezza.
Si direbbe che Pietro crebbe, avendo presente i valori
autentici della vita, permeati di rispetto, nella serena
convivenza con gli altri membri della famiglia, riuniti ogni
sera attorno ai genitori per la recita del santo Rosario.
Finiti gli studi elementari, si presentò la prima scelta
dolorosa: Pietro avrebbe voluto continuare gli studi, in
vista anche di un desiderio non troppo nascosto d’essere
prete, ma le esigenze della famiglia numerosa, fecero
decidere il padre di portarselo come aiuto stabile nel
lavoro dei campi.
Pietro non ne fece un dramma esistenziale, e si preparò con
gioia a scoprire, molto presto per la sua età, quanto sudore
costi il pane quotidiano. Al lavoro, a volte duro e ingrato,
Pietro affiancava un’intensa vita spirituale che alimentava
con la preghiera, la partecipazione alla Messa domenicale e
le opere di carità.
Pietro non esitò, nel violento terremoto che il 28 dicembre
1908 distrusse Messina e Reggio Calabria, ad offrire la sua
opera. Si trattava naturalmente di una goccia in un mare di
sofferenze, eppure il giovane di San Pietro Clarenza arrivò
a Messina col suo carro, lavorando di pala per sgombrare
macerie, ma, soprattutto, per confortare i sinistrati perché
non cedessero alla disperazione.
Allo scoppio del primo conflitto mondiale, definito dal papa
Benedetto XV “inutile strage”, Pietro Privitera, come tutti
i suoi coscritti, venne chiamato alle armi il 7 febbraio del
1916, con destinazione Corleone prima e Monreale dopo, prima
di essere trasferito nel luglio dello stesso anno sul
fronte, tra il Carso e Monfalcone.
Fu proprio durante il soggiorno a Monreale che il
trentacinquenne Pietro venne in contatto con i frati
cappuccini della locale Casa Santa e in modo particolare con
il padre Dionigi da Gangi che gli regalò un libro di
meditazioni sulla Passione di Cristo, come viatico per i
giorni oscuri della guerra.
Anche sul fronte, il maturo soldato siciliano non attenuò
minimamente il suo tenore di vita spirituale, anzi seppe
trasformare il “terribile quotidiano” in occasione di
testimonianza e santità, come seppe fare sul versante
poetico Giuseppe Ungaretti che, proprio in quel contesto di
morte, scriveva: “Non sono mai stato/tanto attaccato alla
vita”.
E fu proprio sul fronte di guerra che Pietro, come
testimonierà in seguito fra Celestino da Borgetto, “fece la
promessa che si sarebbe fatto cappuccino se fosse tornato
incolume”. Venne rimandato infatti a Monreale in modo
insperato nel maggio 1918, quasi alla fine delle azioni
belliche, e congedato definitivamente nell’agosto dello
stesso anno.
Con i suoi 37 anni suonati Pietro si trovò ad esercitare le
funzioni di capofamiglia, essendo morto nel 1910 il padre.
La buona mamma Anna, da parte sua, ogni tanto incoraggiava
il figlio a provvedere alla sua sistemazione accasandosi con
una donna, ma la risposta era sempre la stessa:”poi ci
penso…”.
Ma un giorno, sistemate le sorelle ed essendo morta anche la
mamma, siamo nel 1919, Pietro annunziò la sua partenza con
una frase sibillina che lasciò tutti di stucco: “vado a
tentare la fortuna; mi vado a fare frate a Monreale”.
Sulla soglia dei quarant’anni, il 12 marzo 1920, Pietro
Privitera si accomiatò dai suoi per bussare alla porta del
convento dei cappuccini di Monreale, chiedendo di esservi
ammesso come semplice fratello laico, data l’età.
Ma, nonostante la maturità di colui che avanzava la
richiesta, la genuinità della sua fede, l’integrità della
sua vita e la sincerità della scelta che non erano
sconosciute a quei frati, l’accettazione come postulante fu
differita di un mese.
Il 15 maggio 1921, nel convento di Caccamo, nel corso di una
celebrazione semplice ed austera nello stesso tempo, Pietro
Alfio Giuseppe Privitera riceveva il saio della prova,
iniziando l’anno di noviziato, sotto la guida esperta del
maestro padre Ignazio da Bisacquino, con il nome di fra
Pietro da San Pietro Clarenza.
L’anno dopo, il 20 maggio 1922, fra Pietro veniva ammesso
alla professione dei voti religiosi di obbedienza, castità e
povertà, iniziando così la “carriera della minorità”
nell’Ordine dei cappuccini.
Ancora una volta la destinazione del neo-professo fu la Casa
Santa di Monreale, con un compito specifico: “addetto alla
questua, in aiuto di fra Salvatore da Casteltermini”. Molto
presto fra Pietro sperimentò sulla sua pelle la difficoltà
di “aiutare” fra Salvatore che, forte della sua anzianità
nella vita religiosa, aveva piuttosto bisogno di un’incudine
che di un aiutante, col suo carattere che è eufemistico
definire “rigoroso ed autoritario”.
Fra Pietro rispondeva alle esplosioni verbali di fra
Salvatore con un “sia tutto per l’amor di Dio”, convinto
davvero che tutto fosse per il suo bene anche se i
confratelli, all’unanimità, sono stati concordi
nell’affermare che “solo fra Pietro poté convivere ed
esercitare il proprio ufficio con fra Salvatore da
Casteltermini”.
Questo atteggiamento non stupisce perché fra Pietro
desiderava essere, come leggiamo in un suo scritto, “il vero
asino dei Reverendi Padri Cappuccini”. Una definizione,
quella dell’umile questuante di San Pietro C larenza, che
nell’agiografia cappuccinesca richiama la bisaccia,
strumento indispensabile di santità.
Gli impervi sentieri delle campagne e delle montagne nel
poligono tra Monreale, San Cipirrello, San Giuseppe Jato e
Partinico conobbero l’instancabile andirivieni di fra
Pietro, in una laboriosità condita molto spesso dalle
intemperie, dall’umiliazione di battute salaci e
dall’incertezza di una vita randagia che si appoggiava ad
ospizi di fortuna o molto spesso sperimentava i rigori di
notti passate all’addiaccio.
Nel suo andare tra masserie, frantoi ed aie, fra Pietro
offriva le sue braccia e mescolava il suo sudore con quello
dei contadini perché, egli lo sapeva assai bene, era il
sudore stesso di Dio.
La parola, quella che aveva la magia di comporre rancori
stagionati e lenire ferite antiche, scaturiva in seguito dal
cuore del questuante cappuccino e veniva da molto lontano,
dalle sue ore interminabili di preghiera e di adorazione
eucaristica, anche al termine di giornate che lo vedevano
sudato e trafelato d’estate, intirizzito dal freddo e zuppo
di pioggia d’inverno.
Austero con se stesso e aggrappato all’Assoluto, fra Pietro
aveva appreso l’arte di comunicare con gli uomini,
intercettando i loro bisogni di pane e divinità, spargendo
il suo sorriso sereno nelle spine della vita di contadini,
induriti dal lavoro e a volte dai vizi, missionario delle
campagne, dispensatore delle “cose di Dio”.
Il 4 ottobre 1939, mentre da un mese l’Europa veniva
investita dalla maledizione della seconda guerra mondiale,
fra Pietro si recava, con il suo inseparabile carretto, alla
stazione ferroviaria di Partinico per far avere ai
confratelli del convento di Caltanissetta una partita di
vino da Messa che gli era stato richiesto con una certa
urgenza.
Quindi avrebbe fatto in tempo ad associarsi a confratelli e
terziari che si erano riuniti all’Opera Santa per ricordare,
con la suggestiva liturgia del “transito”, il serafico padre
san Francesco. Ma una tragedia, provocata dall’impennarsi
della mula che svincolatasi dal carro, per il rumore
provocato dall’arrivo di un treno, fece scivolare la botte
con i 427 litri di vino sul povero fra Pietro che,
inutilmente questa volta, aveva cercato di reggerne il peso.
Sorella morte associò quasi subito il questuante cappuccino,
che fece in tempo a ripetere un sommesso “Gesù mio,
misericordia!”, alla liturgia celeste proprio nel giorno in
cui la Chiesa ricorda il Poverello d’Assisi.
Il rimpianto, manco a dirlo, fu generale e alle esequie la
voce popolare cominciò subito a girare di bocca in bocca: “è
morto un santo!”, mentre il corpo martoriato del cappuccino
venne subito definito “un angelo stanco” e i “parenti
prossimi” del frate, i poveri del quartiere Spine sante
piangevano sconsolati: “abbiamo perduto il padre”.
Il 25 giugno 1972, le spoglie di fra Pietro con grande
solennità sono state traslate in una sepoltura privilegiata
nella chiesa dei cappuccini di Partinico. Il 1 luglio 1985
ha avuto inizio il processo cognizionale per la sua
beatificazione e canonizzazione che si è chiuso, sempre a
Partinico, il 12 novembre 1987 e trasmesso alla
congregazione romana delle cause dei santi che lo ha aperto
e protocollato. Nel 1995 è stato nominato il relatore della
causa, il conventuale padre Cristoforo Bove.
Avrà la Chiesa di Monreale la gioia di dichiarare “beato” il
povero questuante cappuccino di San Pietro Clarenza nello
splendore della sua Basilica Cattedrale? Non lo sappiamo, ma
lo speriamo come ulteriore dono di grazia.
Intanto da fra Pietro vorremmo raccogliere questa umile
lezione, che ci è assai utile come l’aria per respirare,
nell’attuale sfaldarsi dei valori: le doti naturali di
intelligenza, concretezza, altruismo, semplicità,
discrezione, inventiva e coraggio, quando incontrano il
Vangelo, come è avvenuto nel nostro frate cappuccino, da
semplici “virtù contadine”, diventano leva formidabile per
trasformare la società dall’interno, creando nuovi modelli
di convivenza
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